Me

Mi chamo Carmela Martino, ho cinquanta anni e insegno latino e greco presso il liceo classico di Rionero in Vulture.

Love

Quello che più mi piace è parlare ed ascoltare ciò che l'uomo con le parole, coi gesti, col dolore e la felicità sa e può dire. Mi piace anche ciò che la poesia, la pittura, l'arte nel suo complesso, possono dirmi con la parola cercata e trovata nel silenzio dell'anima, con le scelte cromatiche e del gesto che con la sicurezza del suo movimento riesce a catturare lo spazio e la luce in cui e tramite cui catturare e definire le forme dell'anima, e tutta l'arte che sa creare ogni discorso che possa avvicinare ed accarezzare l'uomo e il suo dolore.

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lunedì, 04 giugno 2007

racconti

                                                                         MEMINISSE IUVABIT

 

 

 

PRESENTAZIONE

 

Un giorno quando la spugna ci cadrà da sola di mano perché  non saremo neppure più in grado di gettarla, anche ciò che di più umile ci è sembrato aver fatto parte della nostra vita, forse potrà soccorrerci ed attutire la nostra ultima caduta.

                                                         

 “ Sono i silenzi in cui si vede

 in ogni ombra umana che si allontana

qualche disturbata Divinità”

                                                             

( Montale da “ I limoni”)

                                     

 

 

“Wilma, ho deciso, penso che il liceo classico sia la scuola che maggiormente faccia a me, vi si studia molto l’italiano, il latino, poi c’è anche, come materia nuova, il greco e soprattutto c’è molto poca matematica: suvvia, è proprio la scuola che fa per me!”

 Ad ottobre, così come largamente preannunciato all’amica, Carlotta era al classico di Rionero, ben felice di esservi ed ancora più felice di rimanervi, man mano che i giorni passavano e si consolidavano le sue previsioni iniziali lo studio e l’approfondimento dell’italiano e della letteratura italiana le davano ampie gratificazioni, lo studio del latino proseguiva con profitto dopo l’iniziale conoscenza che ne aveva fatta durante gli ultimi due anni di media inferiore perché ai suoi tempi era là che s’iniziava col latino, lo studio del greco era anch’esso avvincente, e poi al triennio l’incontro affascinante con la letteratura latina a greca l’affascinò ulteriormente insieme allo studio della storia e della filosofia: insomma tutto sembrava veramente fatto a sua misura ed a misura della sua voglia di conoscere, di emozionarsi e di ritrovarsi sulle pagine immortali  ed incredibilmente umane di Seneca, di Cicerone, di Sofocle di Platone o di Dante!

 L’approdo al liceo sottolineò per lei anche la fine della sua infanzia e l’ingresso nella adolescenza vera e propria: fu là che incontrò nuove amicizie, che conobbe e si legò teneramente a Rossella sempre così saggia ed equilibrata, ad Enza così amabile e così autonoma, a Florinda che pur  figlia solo di un emigrante in Germania, in quegli anni scopriva e si innamorava in maniera così curiosamente ‘ante–litteram’, di tutto ciò che era ‘tendenza’ e griffe! fu durante quegli anni che Carlotta cominciò ad innamorarsi più o meno sempre di suoi coetanei e più o meno sempre nella versione ‘cotta’ passeggera, fino al ‘grande amore’, Alberto!

Alberto era un ragazzo ‘adulto’, aveva circa sette anni più di lei, non aveva mai fatto quindi parte fino ad allora delle sue solite frequentazioni di adolescente e quello che maggiormente la colpiva in lui era l’aria anche più grande per la sua età, la sua determinazione ad interpretare l’ “uomo “già ‘fatto’e la costanza delle attenzioni che le dedicava tanto da indurre Carlotta sempre più a volersi calare senza contraddizioni nella parte, anche lei , di donna e forse anche più adulta per i suoi semplici soli sedici anni!

Fu un periodo magico, quello della frequentazione di Alberto , che le fu dato vivere!

Ebbe modo in quel periodo di conoscere anche altri ragazzi, sempre più maturi di lei e di sentire in loro sempre ammirazione per sé e per il suo modo così personale ed attraente di fare ed essere.

Seppe veramente ben interpretare quel passaggio dalla infanzia alla adolescenza, lo fece con la forza della fantasia, della immaginazione e della voglia infinita di amare e sentirsi riamata! 

I momenti di ‘ricreazione’ quelli in cui si concedeva alla forza dirompente dei suoi sedici anni, li riservava ai suoi soli momenti di vera ‘privacy’, quelli che viveva nell’intimità della sua famiglia ed in quella ugualmente avvolgente e protettiva delle sue amiche con le quali scambiarsi le confessioni dei primi turbamenti ed ansie d’amore.

“Vindica te tibi”, rivendica te a te stesso, suggeriva il suo amato Seneca all’amico di sempre Lucilio, e sembrava suggerirlo prepotentemente e con tutto l’amore di un vero amico o di un fratello maggiore, anche a lei!

Era con quest’ansia e con questo desiderio insopprimibile di vita che si affacciava felice ad ogni nuova giornata che le si apriva davanti.

Non le era neppure difficile volere ed ottenere tutto ciò: era bella , era determinata ad esserlo ed a piacere sempre più a se stessa ed agli altri e più si piaceva e piaceva, più s’innamorava di sé e degli altri e della vita tutta che sembrava amarla così,  immensamente!

“ Complèctere omnes horas” , fà tua ogni ora , continuava per Lucilio il suo Seneca, e questo valeva anche per lei che per la prima volta si ritrovava a governare i processi di una vita che le sembrava di conoscere e scoprire giorno per giorno solo ora ed aveva il terrore di mancare anche ad uno solo dei suoi appuntamenti così attraenti ed avvincenti!  

Era troppo bella e troppo felice per non voler rendere testimone il mondo intero di tutto ciò, ma per far questo era necessario che neppure un percorso di comunicazione si ostruisse tra lei ed il mondo che le interessava!

“ Chi c’è in villa ?” La villa poteva essere piena di gente, ma la risposta delle amiche poteva anche essere :“Nessuno!” e non era un bluff, loro sapevano esattamente ‘chi ‘doveva esserci perché la villa potesse avere un’anima per lei, e se così non era, l’anima dei luoghi era pronta a cercarla incessantemente in ogni altro angolo, fino a trovarla, perché ogni ricerca doveva concludersi necessariamente così e solo così, varianti a ciò non erano ammesse!

Gli anni dell’adolescenza si conclusero con l’inizio della giovinezza che per lei ebbe la data simbolica degli anni universitari; non vedeva l’ora che venissero, ma quando giunsero, molte delle promesse che lei aveva loro legate vennero meno : un mondo per lei era finito, ma l’altro stentava a nascere!

Inutile dire che la scelta della facoltà fu senza tema di ripensamenti o di errori, quella di Lettere classiche: non tutto ciò che aveva caratterizzato la sua età precedente doveva andare distrutto, anzi niente sarebbe stato perso, perché tutto andava necessariamente approfondito e consolidato!

All’università fu allieva per Storia della letteratura italiana niente di meno che del suo idolo tra i critici letterari, Giovanni Getto!

Ricordava ancora l’emozione che le procurava la lettura così speciale di una pagina di critica letteraria del ‘suo’ Getto, perché piena di un tale calore e di una tale umanità da competere addirittura con le pagine dell’opera che si proponeva di recensire;  per lei incontrarlo e vederselo davanti mentre vecchio, incanutito e curvo su stesso, arrivava all’aula della sua lezione, avvolto in un mantello nero con un sottile collo di astrakan, mentre a mala pena, quasi, per le sue evidenti deboli forze, recava in  mano un’immancabile borsa di pelle contenente il materiale delle sue lezioni, adesso a diciannove anni all’università di Torino era un po’ come per  un suo qualunque coetaneo incontrare i Beatles o qualsiasi altro idolo o personaggio consacrato dalla bravura o dalla fortuna, come tale.

Fu successivamente, a Bari, allieva, per Storia della letteratura greca di Carlo Ferdinando Russo, un insigne grecista che per di più recava un cognome che lei sui banchi del ginnasio leggendo i “Promessi sposi” aveva imparato ad amare e ad apprezzare perché era il cognome del più famoso Luigi, il cui per lei mai più superato commento ai “Promessi sposi” l’aveva magistralmente introdotta allo studio ed alla analisi appassionata del romanzo del Manzoni e dei personaggi che ne affollano la narrazione.

Esaltante fu ancora per lei ‘entrare’ quasi nel ‘laboratorio’, nella ‘fucina’ delle idee e dello studio approfondito e professionale dal quale poi scaturisce il materiale per la pubblicazione di uno studio, di un’opera di approfondimento letterario e di questo potè fare esperienza coi ‘seminari’di Storia della lingua latina tenuti da Paolo Fedeli che tanto in quegli anni, ma anche in seguito si prodigava con lo studio di Catullo ma anche degli elegiaci latini.

“Antìquam exquìrite matrem” , cercate l’ antica madre era l’invito rivolto al virgiliano Enea prima dell’approdo sulle coste italiche ed in fuga dalla sua Ilio ormai preda delle fiamme.

Lei l’antica madre l’aveva sempre cercata, pur non avendola mai abbandonata, ma ogni tanto le era necessario rinnovare l’approdo ad essa, ogni tanto le era necessario verificare o, meglio, ‘risentire’ la forza dei legami con essa perché col contatto rinnovato poteva rigenerarsi e partire nuovamente, per i nuovi appuntamenti con la vita.

Non sempre quegli appuntamenti si svolsero nel segno della gratificazione di tutto ciò che lei era o che sentiva di essere o per cui si era impegnata negli anni della crescita e della progressiva conoscenza ed approfondimento di se stessa.

Gli anni del dopo-laurea la videro in giro per diversi istituti ad indirizzo tecnico dove il ‘suo’ latino ed il ‘suo’ greco dovevano tacere ed anche lo studio dell’italiano o della storia doveva avvenire in ‘sordina’ quasi, rispetto allo studio delle materie d’ indirizzo .

Ma furono anche, quelli, gli anni in cui approfondì la conoscenza del Manzoni, del Machiavelli, del Foscolo, del Leopardi, del Verga, di Pirandello, di Montale, di Ungaretti…emozionandosi ad ogni incontro con loro e quel che più contava per lei in quel momento, facendo emozionare anche ed ancor di più, i suoi allievi, proprio gli allievi di quegli istituti tecnici in cui così malagevole avrebbe potuto essere ad ogni piè sospinto l’insegnamento delle materie umanistiche!

Solo quando ebbe ormai oltrepassata la soglia dei quaranta, le toccò approdare al liceo classico e finalmente all’insegnamento del latino e del greco.

Si dedicò a quell’insegnamento con l’umiltà che le veniva da una gavetta e da un’attesa ultraventennale, cominciando dal biennio e quindi dai rudimenti delle due lingue antiche; solo successivamente passò al triennio ed allo studio ed all’insegnamento anche delle due letterature, la greca e la latina.

Aveva di fronte a sé, ormai allievi che appartenevano ad una generazione diversa dalla sua, perchè man mano che passavano gli anni si faceva sempre più largo il divario di età tra lei ed i suoi alunni che un tempo erano quasi suoi coetanei: questi erano gli allievi della maturità o di un’età, la sua, a tratti stanca che rivelava talvolta i tratti di una inevitabile  senilità:” Che strano, approdo a casa quando le cose e le persone sembrano inevitabilmente allontanarsi da me”, si ritrovava talvolta a pensare Carlotta, evitando di rimanere troppo su questo pensiero, per non approfondirne i contenuti e non rivelare a sé la minaccia delle cose che avrebbe rischiato di appannare ancor di più il significato di quel ritorno!

Si ritrovava a pensare sempre più spesso agli allievi dei primi anni e degli altri istituti che ora le ritornavano in mente forse anche abbelliti dal ricordo; ripensava, per esempio, a quel primo pomeriggio di fine giugno quando ad aspettarla vicino alla sua ‘storica’ panda rossa c’era Taletti che avrebbe voluto a tutti i costi sapere da lei, se era stato promosso sia pure con la formula del ‘rimandato a settembre ’ perché altro proprio non avrebbe potuto attendersi considerate le circostanze del profitto negativo in molte discipline.

Si commuoveva ancora oggi Carlotta a ricordare l’emozione del ragazzo nell’osare tanto con quella domanda e con quell’approccio ad un’insegnante non proprio ‘facile’, tanto da essere diventato tutto rosso in viso e con gli occhi che gli luccicavano sotto quel sole che , ora si metteva anch’esso, cominciava a picchiare forte ed a confondere ancor più, nell’imbarazzo generale di tutta quella situazione,  i contorni delle cose e delle idee!

 Ma si commuoveva anche a ricordare la sua stessa emozione di fronte a quel ragazzo cui il segreto professionale le impediva di dirgli che sì, ce l’aveva proprio fatta sia pure solo per un pelo, ma non le poteva impedire di rispondere sebbene in altro modo a quella implorazione :” Taletti, avevi intenzione di partire come cameriere per queste vacanze se fossi stato promosso? ebbene parti.”

Oggi come allora Carlotta doveva convenire che per stravagante che fosse, era pur sempre una risposta , ma quel che più contava, era che era arrivata a domicilio dove un ragazzo con gli occhi ormai pieni di lacrime era pronto a riceverla e portarsela stretta dentro di sé per le vie della sua vita.

E come non ricordare, adesso che l’onda dei ricordi pareva soverchiarla, anche Caterina Cianciarelli che nel compito di italiano dopo un promettente avvio, si arresta e con un bigliettino messo tra le pagine rimaste bianche del compito, le chiede scusa di non essersi adeguatamente preparata per poter proseguire e le chiede soprattutto, sicura di potersi fidare, di non far parola con le sue compagne di quanto appena confessato.

“ Non una parola, cara Caterina” le sussurrava oggi, mentre decenni ormai le separavano, Carlotta nell’affanno della commozione che questi frammenti di passato che riaffioravano all’improvviso, le suscitavano.

“ Non una parola, Caterina”, ripeteva sempre più affranta e quasi solo per se stessa, ormai Carlotta, da una distanza ormai così incolmabile di anni, da rendere irriconoscibili le persone anche a se stesse.

“ Complèctere omnes horas” ‘abbraccia ogni momento del tuo tempo,  si ripeteva oggi Carlotta mentre stringeva al petto che le scoppiava, le mani e nella mente si affollavano senza darle tregua, i ricordi della sua vita.

“ Antìquam exquìrite matrem”, l’antica madre ? oggi le si presentava col volto di Caterina o di Taletti o di tanti altri ragazzi che adesso le ritornavano in mente tutti insieme a  riscaldarle il cuore  ed a sostenerle la mente nell’affanno della stanchezza e dell’abbandono delle forze.

  Beati quorum iam moenia surgunt”, ‘ beati coloro dei quali già sorgono le mura!’ esclamava Enea vedendo le mura della città di Cartagine che già si levavano alte sotto il lavoro infaticabile degli uomini che le costruivano!

“ Le mie mura! Sono queste le mie mura” sussurrò Carlotta, incredula e quasi esanime, mentre in estremo soccorso che le giungeva da lontano, da un ‘lontano’ siderale, il suo Seneca arrivava a ricordarle:“ Non sunt ad coelum elevandae manus……prope est ad te deus, tecum est, intus est”

‘ Non bisogna levare le mani al cielo……. Dio è vicino a te, è con te, è dentro di te’.

‘Sì, Dio è qua , è vicino a me, è dentro di me ’ si ripeteva Carlotta in silenzio e contenendo quasi l’affanno del respiro. 

“ Hic prout a nobis tractatus est, ita nos ipse tractat” ‘ Come è trattato da noi, così Egli ci tratta ’

“ Signore, non respingermi! Ho amato te e tutte le tue creature, amami!”

 E nello sforzo sovrumano della volontà, dopo aver chiamato a raccolta tutte le sue forze: “ Sono anch’io una tua creatura!”

Bertrada

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mercoledì, 16 maggio 2007

racconti
La piscina

La piscina

racconto di Carmela Martino

Presentazione

“Se ti senti stanco e pensi di non farcela, fermati, tira il fiato e solo dopo potrai rimetterti  in cammino: la strada da fare, così, ti sembrerà certamente più agevole, perché anche alle soglie dei cinquant’anni, può essere ancora lunga, anche più lunga di quella che hai percorso finora”: è questo che dalle pagine di questo racconto sembra dirci Marion che testardamente, umilmente, va avanti e non si ferma neppure quando tutto sembra dirle che non c’è più niente o molto da fare.

Carmela Martino

“Com’è possibile che una persona nata sotto il segno dei pesci non debba saper nuotare?”

Era questa la domanda che Marion spesso si rivolgeva anche quando semplicemente le capitava di vedere scene di  nuoto in tv o anche quando ancora più semplicemente si trovava a riflettere sul rapporto dei corpi con l’acqua e sulle sensazioni che l’abbraccio con essa, se la si sente amica, può dare a chi sa e può concedersi totalmente a lei.

Fu così che considerò non più procrastinabile il dover prendere necessariamente, alla sia non pur più verde età di quarantasei anni, lezioni di nuoto ed a giugno si ritrovò nella piscina comunale di Rionero, in prima corsia con occhialini , cuffia e tavoletta a prendere lezioni , cominciando dalla respirazione!

Era senz’altro una gara o più precisamente una lotta contro se stessa e le paure e le angosce più paralizzanti, quella che ogni volta che immergeva la testa sott’acqua per gli esercizi, doveva combattere sotto gli occhi ignari dell’istruttore:” Dio, adesso devo mettere la testa sott’acqua, oddio la sto mettendo, Dio sono con la testa sott’acqua,  mi manca il respiro, aiuto, devo riemergere!” e, disperatamente, col sorriso che doveva rassicurare l’inconsapevole istruttore, appena riemersa, si disponeva ad una nuova micro- macro immersione nelle acque della piscina comunale ed in quelle ancora più inquietanti e profonde dell’anima!

“ Marion, adesso prendi la tavoletta e và: gambe- stile e respirazione frontale”.

Non era così semplice: a parte il fatto che perdere la tavoletta  o lasciarsela scappare di mano, poteva tramutarsi in una piccola- grande tragedia perché non era neppure in grado di mettersi in piedi dove l’acqua era ancora bassa (e questo lei lo sapeva bene, voleva dire dover bere prima che in un modo o nell’altro, cioè da sola dopo sconnesse e disperate peripezie, o con l’aiuto dell’istruttore, si mettesse in piedi ), era soprattutto il ritrovarsi con la testa sott’acqua che la sconvolgeva e la inquietava.

Quel contatto assoluto con l’acqua  l’allontanava da tutto il resto e la faceva rimanere sola, in maniera anch’essa assoluta con se stessa o in maniera più drammatica, con un elemento terribile, l’acqua, in cui tutte le pieghe più nascoste ed oscure della sua anima si amplificavano fino alla sensazione del soffocamento da cui poteva uscire solo quando,  ansimante, rimetteva la testa fuori , ma solo per un attimo, perché la sfida doveva implacabilmente continuare!

“ Giù, la testa deve stare giù! “ era l’urlo che spesso veniva dal bordo della piscina a rilanciare in maniera certamente inconsapevole la situazione, mentre Marion, col respiro che le veniva meno già prima di immergersi nuovamente con la testa sott’acqua, si disponeva ad eseguire l’indicazione, ma solo per una frazione di attimo, perché con l’urlo più forte e dirompente di chi ha perso la lotta, sia pure solo o, purtroppo, momentaneamente con se stessa, doveva riprendere aria prima di sentire i polmoni scoppiarle in petto!

“Sono proprio grassa, veramente impresentabile con questa pancia e queste cosce”, era il pensiero che maggiormente le ricorreva in mente quando, sfilatosi in fretta l’accappatoio, in tutta furia scivolava alla chetichella in acqua attraverso la scaletta di accesso dalla parte bassa della piscina, invocando per sé un’improbabile invisibilità, considerata almeno la pinguedine che l’affliggeva, e facendo attenzione  a non perdere, una volta in acqua e senza l’aiuto di un galleggiante, la posizione eretta, per non doversi poi affannare in maniera scomposta e penosa, a ritrovarla, sotto lo sguardo forse attonito di chi rimaneva a guardare.

“ Chissà cosa si dice e si pensa di me  dal bordo della piscina” era un altro dei pensieri che Marion , strada facendo o, meglio, acqua scompostamente agitando , concepiva e che le tenevano dolorosamente compagnia nella lotta che, armata di tavoletta o galleggiante, ingaggiava ormai quasi quotidianamente con l’acqua, mentre al suo “capezzale”erano oramai già quasi tutti sfilati gli istruttori di nuoto in forze alla piscina!

“ Forse mi si scarica dall’uno all’altro, perché ognuno ne esce sconvolto dall’incontro con me in queste condizioni!” si  ripeteva sempre più spesso Marion addolorata ed imbarazzata, tra una respirazione angosciata, una bracciata anchilosata ed una sgambettata indecifrabile tra “stile”, rana” o “delfino” ed un sorriso, forse inopportuno, ma sempre gentile e disperatamente disperato, rivolto a mò di consolazione al malcapitato istruttore di turno o, meglio, all’istruttore il cui turno di torture era arrivato ed a lezione doveva tenere gioco-forza,  proprio lei!

“Sai, Veronica, se riuscissi almeno a mettermi in piedi senza tavoletta, forse tutti i miei problemi con l’acqua sarebbero risolti!”

Sì, perché forse stava proprio in questo la chiave di volta del suo rapporto problematico con l’acqua, solo che non era certo nell’amica di sempre, Veronica, appunto che avrebbe potuto trovare per quest’argomento l’interlocutrice ideale e comprensiva:” Ma come, non riesci a metterti in piedi dove l’acqua ti arriva alle spalle ed affoghi pure là?! ma come fai? roba da non crederci! “ era il commento che puntualmente con solo qualche leggera variazione di tono o di forma, Veronica le esprimeva, urlando intollerante e rifiutandosi di ascoltare o considerare qualsivoglia giustificazione Marion volesse addurre al fatto certamente increscioso, ma a quanto era dato vedere finora, ineluttabile del suo annegare in un bicchier d’acqua!

 “Se io fossi  uno di quegli istruttori, ti porterei dove l’acqua è alta e ti lascerei annegare!”non trascurava di infierire, segretamente divertita, spesso in chiusura dei suoi commenti, Veronica nei riguardi dell’amica incredula ed inorridita , soggiungendo con un ghigno beffardo“tanto poi potrei sempre dire che ero girata dall’altra parte e che queste sono cose che possono succedere!”

“ Ma perché  non riesco a mettermi in piedi senza tavoletta?” si decise a chiedere finalmente un giorno all’istruttore che le spiegò che certo non era cosa facile, ma che ci sarebbe riuscita senz’altro quando avesse acquisito maggiore dimestichezza e familiarità con l’acqua :” Adesso, però, prendi la tavoletta ed andiamo in acqua alta”.

“Che strana coincidenza” si ritrovò a riflettere preoccupata Marion sulla questione , mentre ripensava agli scenari apocalittici prefigurati e minacciati solo il giorno prima da Veronica, “In acqua alta e proprio con quest’istruttore che fra tutti gli altri, mi sembra il più rude e, a pensarci bene, addirittura ostile!”

“Bah”, fu la conclusione sbigottita ed il  commento alla stravaganza di quanto stava accadendo, non sapendo se riderne o preoccuparsene veramente.

“Dorso con tavoletta e bracciata e gambe- stile”fu l’indicazione perentoria che l’istruttore diede dall’alto della piscina.

“Sai, non sono mai andata in acqua alta!”provò a balbettare Marion al suo indirizzo.

“Non importa, oggi ci devi andare. Io sono qua!”

“ Sì!” fu la sola cosa che in risposta Marion riuscì ad articolare , chiedendosi tra il divertito e l’impensierito come interpretare la sua risposta “Io sono qua”! Resta il fatto che, onde evitare il paventato “peggio”, tanto ce la mise che, pur stretta tra il bordo e la corda per principianti, arrivò fino in fondo alla corsia senza trascurare di dare, pure così stretta, neppure una bracciata; bastava articolare le braccia in stretta aderenza al viso, muovere con energia le gambe facendo partire il movimento dalle anche e battere forte- forte l’acqua coi piedi: angelo o altro che fosse, era necessario che  chi stava a guardare dal bordo della piscina, almeno quel giorno ed in quella situazione non ne fosse insoddisfatto o, quel ch’era peggio, irritato.

Fu così che il giorno successivo, quando un istruttore più conciliante le chiese di fare solo dorso con tavoletta e gambe- stile, lei rispose che se lo avesse ritenuto opportuno, avrebbe potuto fare anche la bracciata:

” No, Marion, va bene, adesso, anche senza bracciata.”

In acqua alta c’era dunque stata, sebbene sempre con l’immancabile tavoletta, ora era veramente necessario, si rendeva conto, conseguire la tanto sospirata autonomia, cominciando dal saper mettersi in piedi da sola.

Testa in alto, ginocchia piegate e braccia in basso: eseguiva tutto con disperato scrupolo ed attenzione, Marion, ma i risultati rimanevano immancabilmente e drammaticamente invariati per lei e sempre pagati al caro prezzo di inevitabili, soffocanti, lunghe bevute prima di recuperare, dopo tragi-comici annaspamenti, la posizione eretta.

“Parte tutto dalla testa” era la spiegazione e la risposta alla domanda muta che talvolta rivolgeva verso il bordo della piscina.

Il fatto era che era troppo concentrata su stessa ed in se stessa per rendersi conto che un aiuto validissimo avrebbe potuto venirle dal bordo della piscina al quale aggrapparsi in caso di necessità: capì che di qua avrebbe potuto uscire dall’”impasse” e cominciò immediatamente le sue prove: prima di quanto lei stesse sperasse, con la sicurezza che le dava la possibilità di aggrapparsi al bordo, si rimise quel giorno in cui era con una nuova istruttrice, in piedi, una volta, due volte, tre volte;

“Parte tutto dalla testa” si ripeté Marion ritrovatasi insperatamente e finalmente in piedi.

Era incredula, sapeva di aver raggiunto un traguardo importante e, commossa e col cuore che le batteva forte, le venne istintivo girarsi a guardare sul bordo, l’istruttore che più di ogni altro l’aveva tenuta al corso: lo trovò che stava ad osservarla, ma quando incrociò lo sguardo di Marion, distolse il suo e guardando verso il fondo della corsia che stava seguendo quel giorno, urlò: “ Piedi a martello e braccia sott’acqua !”

Marion capì, era un’insegnante anche lei e, commossa, si ritrovò a pensare:

“ Noi siamo solo l’arco da cui scocca la freccia, ma poi la freccia deve fare il suo percorso, ed è giusto così!”.

Adesso che sapeva di poter tornare in piedi senza problemi, adesso sì che poteva pensare a fare, senza più l’ausilio di nessun galleggiante, “stile, “rana”, “dorso”, o “cagnolino”: cominciò da “cagnolino”, non foss’altro che per la familiarità su cui  sapeva di poter contare, con tutti gli animali in generale e coi cani forse anche più, in particolare.

“Il mio amore di sempre per loro mi aiuterà” cercava di incoraggiarsi Marion.

“Braccia sott’acqua e spostamento dell’acqua sotto di sé”, fu l’indicazione urlata da bordo-piscina.

“ L’acqua devi spingerla sotto: è essa che ti terrà a galla”, continuò con un urlo di integrazione l’istruttore ai primi farfugliamenti in acqua a “cagnolino” di Marion che, avida di apprendere, non se lo fece ripetere due volte, perché adesso le era chiaro tutto e, col movimento oramai forte e deciso delle braccia, si fece sorreggere dall’acqua, mentre pian-piano si muoveva felice su di essa!

“Veronica, che bello!  adesso riesco finalmente ad andare a ‘stile’, a ‘rana’, a ‘cagnolino’, a ‘dorso’, senza tavoletta ed anche in acqua alta!”

“Ma che meraviglia” esclamò con soave perfidia l’amica.

Marion trascurò di cogliere il sarcasmo e proseguì imperturbabile:

“Sai, mi cruccia solo il fatto di non saper galleggiare in acqua alta!”

“ Ma come “commentò divertita l’amica alla confessione che le offriva insperatamente l’occasione per nuovi, feroci attacchi, “sai fare tutte queste belle cose e poi non puoi neppure fermarti in acqua alta? ma roba da matti! e se ti senti stanca che fai?” e continuando ad infierire, senza pietà su Marion che sempre più allibita ed incredula seguiva le diaboliche ‘performances’ verbali dell’amica:

” e se si ferma un bell’uomo sul bordo della piscina mentre sei in acqua alta per farti, magari, un complimento su come nuoti bene, con tutti quegli ‘stili’ che sai fare, tu che gli rispondi? che non puoi fermarti perché altrimenti anneghi? ma solo a te accadono certe cose! roba da non crederci!

E, portando ancora più a fondo l’attacco, con malcelato, anzi, provocatoriamente esibito divertimento :” al mare, ti voglio vedere: che farai, ti porterai dietro tutto lo staff dei tuoi istruttori perchè vengano a prenderti in acqua alta quando non ce la fai più a nuotare?” e proseguendo bieca:

” Ma chi doveva dirlo a me che avrei dovuto sentire mai queste cose!” appose la sua chiusa al commento tra l’ironico, il beffardo ed il feroce consegnato ad una sempre più incredula e sgomenta Marion.

“ Mi insegni a galleggiare?” fu la domanda timida, ma diretta che il giorno successivo rivolse all’istruttore di turno.

“Devi rilassarti, inspirare profondamente e spingere con le mani ed i piedi l’acqua verso il basso: da essa riceverai la spinta a tenerti a galla”.

Furono molti e faticosi i tentativi che a partire da quel momento cominciò a fare, ma indubbiamente era difficile tenersi a galla da fermi: ci rimaneva per qualche secondo, prima di aggrapparsi alla corda o risolvere col “cagnolino”.

Ma pian piano, senza che neppure se ne rendesse conto di volta in volta, i tempi del suo stazionare in galleggiamento aumentarono ed un giorno si ritrovò, per raggiungere il bordo, partendo dalla corda, a camminare tranquillamente in acqua!

“Sai, Veronica, sono tali i miei miglioramenti, è tale la mia crescita in piscina, che spesso vedo i miei istruttori soffermarsi ad osservarmi”

“Guarda, se fossi in te ne sarei preoccupata: chissà che combini tu in acqua! “

Nonostante Veronica ed il compiaciuto sarcasmo con cui le si accaniva contro, Marion si rese conto che erano maturi i tempi, ormai, per chiedere all’istruttore di poter entrare in piscina dalla parte alta dell’acqua, non foss’altro che per eliminare anche il disagio di togliersi l’accappatoio da una distanza così ravvicinata coi suoi istruttori che, secondo lei, rabbrividivano senz’altro alla vista del suo corpo e della pinguedine che lo oltraggiava.

Non immaginava neppure quello che solo poco più tardi, questo avrebbe significato, quando per uscire dalla piscina, non avrebbe dovuto più dirigersi alla scaletta dell’acqua bassa, ma ripercorrere a nuoto tutta la corsia dopo aver salutato prima di uscire e non dopo essere uscita dall’acqua, l’istruttore che rimaneva sul bordo, mentre lei si allontanava e divenivano le sagome dei corpi dell’uno e dell’altra man mano più piccole agli occhi di entrambi!

Arrivata sul bordo opposto, Marion si voltò felice indietro, salutò commossa col cenno della mano l’istruttore che si disponeva, essendo oramai le quattro, alla nuova ora di lezione: questa era finita e nella casa dell’anima era giusto che Marion ci rimanesse, per questi brevi momenti di estasi , da sola ad assaporare la sua nuova conquista.

“Vieni, Marion, andiamo dalla parte alta, oggi facciamo i tuffi!”, fu l’invito che il giorno successivo le rivolse un’istruttrice.

Marion la seguì senza proferir parola, segretamente felice: quell’invito le giungeva insperato ad interpretare un desiderio che non osava neppure esprimere!

“Dritta sul bordo, gamba in avanti e tuffo a candela”: questa fu l’indicazione.

Perfettamente raccolta e concentrata in se stessa, Marion eseguì alla lettera: quando i suoi piedi toccarono l’acqua, essa le si aprì prontamente in due onde che da destra e da sinistra si richiusero, all’immergersi del suo corpo, sopra di lei: l’ultima immagine che vide e che portò giù con sé, fu quella di tutti gli altri istruttori che sul bordo opposto della piscina seguivano quanto stava accadendo con chiara ed evidente sospensione d’animo o, almeno così le sembrò.

In una frazione brevissima d’attimo raggiunse il fondo, dove serenamente si concesse all’abbraccio dell’acqua, fino a quando, scioltasi da esso, l’acqua la risospinse in alto, in superficie : il sole caldo e non ancora basso delle tre  circa del pomeriggio, entrava attraverso le vetrate della piscina a lambire l’acqua, ad accarezzarle le spalle ed a coccolarla dolcemente, mentre lei volgeva gli occhi umidi di lacrime, in alto a cercare quelli dell’istruttrice: là vide Vittoria, l’istruttrice che sorrideva commossa ed intenerita: sapeva bene, che cosa sentisse o provasse Marion in quel momento!

“ Cominciate a riscaldarvi”, suggerì intanto mentre raccoglieva tavolette e galleggianti per la lezione successiva, ad un gruppo di ragazzi che stavano per entrare in acqua.

“Noi siamo già molto ‘caldi’”, fu la risposta di un buontempone del gruppo, mentre gli altri ridevano soddisfatti della sua ‘genialità’.

“ Ah sì?”, rispose Vittoria senza scomporsi, “riscaldatevi ugualmente!”

“ Che strano, anche il nome dell’istruttrice si addice a questo momento, al ‘mio’ momento!” ”, osservò Marion mentre, dopo aver preso l’accappatoio, tutta chiusa in se stessa a covare gelosamente l’arcano di questa mai prima provata sensazione di nuova felicità, si dirigeva alle docce.

P.S. : Oggi Marion ha quarantasette anni, continua a frequentare regolarmente i corsi in piscina, ha cominciato a seguire lezioni di piano, si è iscritta ad un corso di danza moderna ed ha in animo di seguirne uno di scacchi e poker :

                                     “sono lunghe le estati delle esperidi”

                                                (Emily Dyckinson)

Bertrada

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lunedì, 14 maggio 2007

a paola - lettere
II CAPITOLO

Le e-mail

-Ciao, micio, come stai? hai trascorso bene la mattinata? La mia è stata un po’ pesante, ma adesso è finita: sono finalmente a casa col mio bel micione!-: era più o meno così che tutti i giorni escluso il giovedì, giorno suo libero e la domenica, che Carlotta salutava e festeggiava il suo rientro a casa, perché quello del rientro era un momento di vera felicità che andava festeggiato almeno con le risorse di cui disponeva: finalmente il dialogo col suo gatto, l’abbraccio affettuoso ricambiato con qualche fusa e qualche allegro capitombolo da parte del suo micio, prima di accendere in tutta fretta il gas per il pranzo.

C’era poi da pensare anche a Dardo, un cane randagio che le si era affezionato tanto da non allontanarsi mai di un passo dalla porta di casa senza di lei: era discreto Dardo , forse si rendeva conto anche più di quanto avrebbe anche non potuto con lei, della sua condizione di randagio e quindi era un modo, la sua discrezione, di non far troppo pesare l’ospitalità che riceveva, o era solo il suo modo di essere, così discreto e comunque sempre presente anche affettivamente? Chissà, pensandoci bene, forse è più vera la seconda ipotesi , che non la prima.

Si accontentava di poco: un po’ di pasta avanzata, qualche crocchetta, stando , che strano , sempre attento ad usufruire dell’ospitalità , senza dar fastidio al micio di casa , o ai mici randagi che, anch’essi, talora a frotte, accorrevano sull’uscio di casa di Carlotta per godere  degli avanzi del suo pranzo o di quello del suo micio che, in quanto ad appetito, non era di certo un Pantagruel!

Il pomeriggio, tra uno spuntino e l’altro e le lezioni da preparare per la spiegazione in classe per l’indomani, faceva in fretta a trascorrere, senza lasciarle quasi il tempo per pensare che neppure una passeggiata aveva fatto e neppure una boccata d’aria, dopo il rientro da scuola, aveva preso anche per quel giorno che in ordine di tempo, era oramai, solo l’ultimo di una serie di cui il numero si era perso e per questo, certo non ne era dispiaciuta: sapeva bene anche lei senza doverselo confessare che , solo a volerlo , il tempo l’avrebbe di certo trovato, ogni giorno , se l’avesse voluto, se le fosse piaciuto,  per uscire; il fatto era solo che non lo voleva più!

L’essere divenuta così grassa, non contribuiva di certo a farle cambiare idea, anzi si era messa,ormai, in un vicolo cieco: più si vedeva perdutamente grassa, più rifuggiva dall’idea di presentarsi al mondo: per consolarsi non c’era di meglio che mangiare, ma per ingrassarsi ancora di più, non c’era di peggio che continuare a mangiare senza criterio!

Un diversivo al tran-tran pomeridiano era qualche telefonata che talora faceva a qualche collega, per commentare qualcosa che fosse accaduto a scuola quel giorno o per fare, semplicemente, quattro chiacchiere; ma anche di queste telefonate non poteva certo abusare: le colleghe avevano famiglia, e non potevano concedere molto tempo a ciò che non rientrasse esplicitamente nel menage familiare: questo Carlotta lo sapeva bene e non se ne dava pena più di tanto, soprattutto da quando osò, senza conoscerne neppure l’abbiccì, di comprare il computer: avrebbe chiesto un po’ d’aiuto agli alunni a scuola, si diceva, per imparare ad usarlo. Lo fece e l’aiuto le venne, a dire il vero, con entusiasmo, tra una ricreazione e l’altra; di esso seppe farne tesoro fino all’ennesima potenza colla forza disperata della consapevolezza che i suoi quarant’ anni, non erano esattamente pochi per darsi ad avventure di questo tipo, ma quel che conta è che l’avventura le riuscì!

Chiedeva ed apprendeva avidamente dai suoi alunni dopo aver tenuto per loro le sue lezioni di latino o di greco, senza concedersi distrazioni o approssimazione dell’attenzione: a casa non c’erano, per lei, come per le sue colleghe, i figli ai quali chiedere un supplemento di spiegazioni!

Quello che ultimamente la divertiva era proprio questo , cioè la consapevolezza di avere almeno con la conoscenza delle potenzialità comunicative e di lavoro del computer , quello che avevano loro, le colleghe , tramite i loro figli, anzi, lei aveva di più, perché non doveva passare per il tramite di nessuno per averlo , era veramente divertente questo per lei!

Uno dei piaceri che le derivarono dall’uso del computer, fu quello dell’inviare e del ricevere posta elettronica, soprattutto da quando aveva avviato un intenso e piacevolissimo scambio epistolare con una collega che non insegnava più nella sua stessa scuola, avendo avuto il trasferimento ad una sede più vicina alla sua residenza: era praticamente tornata, dopo dieci anni circa, a casa.

Era necessario che l’amica che aveva incontrato nella collega, proprio quando se ne era andata, dopo un anno di lavoro insieme, nello stesso liceo, gomito a gomito, quasi, senza che l’una si accorgesse dell’altra, non la perdesse più se anche lei lo avesse voluto.

Le e-mail con le quali si erano tenute in contatto e si erano conosciute durante i lunghi mesi autunnali ed invernali di quell’anno scolastico, erano proprio una bella abitudine sia a riceversi che ad inviarsi: peccato che a gennaio a Paola si fosse guastato il computer, ma lo avrebbe fatto riparare per febbraio( così la rassicurava nell’ultima e-mail).

Nell’attesa che  la collega lo facesse  riparare, Carlotta decise comunque di non interromperla quell’abitudine, per questo continuò a scriverle su carta, una lunga lettera che la occupò piacevolmente e creativamente per lungo tempo, prima che fosse terminata.

Fu importante per lei scrivere quella lettera, perché con essa ebbe modo di ripercorrere alcuni momenti importanti della sua vita e di conoscere meglio se stessa ed il mondo, sebbene l’intento dichiarato fosse quello di presentarsi più compiutamente alla collega ormai lontana.

Cominciò  a farlo, parlandole di una persona, sua nonna, con la quale aveva vissuto quasi costantemente ed ininterrottamente fino ad allora ed alla quale la legava un affetto immutato nella qualità , ma crescente, se possibile, nel tempo, in quantità, e continuò narrandole, in questa lettera che la occupò per diversi mesi,  diversi altri episodi della sua vita

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sabato, 28 aprile 2007

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sabato, 28 aprile 2007

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ImMaGiNaNdO..

Presentazione immagini

immagini di Carmela Martino

Quando  parlare a se stessi, fermando sulla carta le emozioni che  affollano la mente ed il cuore, non  basta più, è bello seguire il movimento libero della mano che stringe la penna o una matita, sulla carta, e che con movimento sempre irrevocabile , compie percorsi che sanno dar corpo al mondo della mia anima: volti e corpi isolati in uno spazio senza cose.

Allora le mani toccano l’anima e la fanno conoscere meglio anche a noi stessi.

Mi è sempre piaciuto disegnare; considero il gesto della mano che percorre un foglio bianco, la più efficace delle espressioni di se stessi.

Solo il colore non avevo utilizzato mai, colore che ho dovuto usare adesso per attingere alle risorse cromatiche dei programmi di ritocco delle immagini per P.C.

Ne è risultato un discorso assolutamente suggestivo, anche per gli esiti completamente,o quasi, diversi rispetto all'originale, al punto di partenza sebbene anch'esso sia frutto di scelte e di eliminazioni.

Mi piace la deformazione delle linee e l'invasione di alcuni campi di colore che debordano in altri, attivando discorsi e sensazioni prima insospettate e la violenza del colore 'tecnologico’ che non conosce sfumature, se non quelle deboli che si riesce a fissare lavorando di mouse su qualche tracciato cromatico.

Bertrada

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sabato, 28 aprile 2007


OGNI ANNO

OGNI ANNO

Ho ogni anno 

salutato chi andava:

io rimanevo.

Se oggi tornassero

potrei dir loro

che ho camminato anch’io,

seppure sempre qua,

irriconoscibile a me stessa,

riconoscibile forse solo per loro;

ma è giusto così,

i miei percorsi li ho fatti

senza che nessuno sapesse,

sola.

Bertrada

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sabato, 28 aprile 2007

poesia
al mio micio

AL MIO MICIO

Ho avuto, micio,

altri mici

più snelli, più agili di te, 

 eppure vederti

finalmente

riuscire a dare la scalata

 alla scala a pioli,

scendere dalla cima ,

 impacciato,

attento,

che tenerezza divertita

mi ha fatto,

 micio,

bello come gli altri!

Bertrada

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